13 Giugno 2020

Vino in Anfora, la modernità nella tradizione

TERRACOTTA, LEGNO E… PELLE?
vino in anfora
Negli ultimi anni si è assistito ad una vera e propria gara a braccio di ferro tra i due più noti contenitori utilizzati per la vinificazione: da una parte la botte di legno, dall’altra l’anfora, tornata in auge a segui­to dello straordinario lavoro di diversi vignaioli ed enologi che con grande abilità hanno ridato vita ad un contenitore uscito – benché non totalmente – di scena. La disfida, tuttavia, non si è limitata solo al campo enologico, ma spesso si è trasferita verso lidi di natura ideologica, nei quali l’utilizzo dell’anfora è stato dipinto come una sorta di ritorno alle “origini”, ad un passato irrimediabilmente perduto dall’uomo contemporaneo. Eppure, l’anfora non è sparita per caso o per via di un complotto dell’industria moder­na, ma perché venne superata drasticamente dalle potenzialità che si celavano dietro al contenitore che tutti conosciamo: la botte di legno.

Questo admirable instrument, come venne definito da uno dei più im­portanti storici francesi del vino, Yves Renouard, co­minciò ad essere utilizzato nelle regioni gallo-romane d’Oltralpe già dal II secolo d.C. e divenne alla fine del XIV secolo il recipiente standard con cui trasportare il vino e vinificare le uve in tutta Europa. Le giare in terracotta non scomparvero del tutto, specialmente nell’area mediterranea, ma sicuramente, per i viaggi su larga scala, la botte era la soluzione migliore e di certo non per ragioni di natura gustativa, bensì logistica ed economica. All’alba del XV secolo la rivo­luzione commerciale, avviata sin dalla seconda metà del XIII, era giunta al suo apogeo e aveva sancito la nascita della commercializzazione di massa di molti beni, specialmente quelli pesanti come il vino (le co­siddette merci grosse). Era finalmente possibile, per la prima volta, inviarlo in grandi quantità, attraverso lunghe tratte marittime e terrestri da una parte all’al­tra del mondo conosciuto.

L’anfora, in questo scena­rio, non era certamente un contenitore adatto: era fragile, ingombrante e, poiché necessitava di almeno due persone per le operazioni di carico e scarico, non poteva essere troppo pesante e dunque aveva una capienza molto bassa. Il barile, invece, essendo più maneggevole, poteva essere sollevato senza troppi pericoli dagli argani a ruota e conteneva centinaia di litri. In un certo senso, si può dire che fu proprio grazie alla botte che i vini riuscirono a viaggiare sul­la lunga distanza in maniera costante ed efficiente per farsi conoscere, acquistare fama e porre le basi dell’attuale mondo enologico. La scelta della terra­cotta o del legno oggi può fortunatamente non ba­sarsi su questioni di natura logistica, ma solo – ed è questo il bello – su motivazioni organolettiche.

L’antichità di una procedura rispetto ad un’altra non può essere un motivo di prevaricazione, ma sem­mai di preziosa diversificazione, altrimenti perché fermarsi alle anfore e non retrocedere oltre? In una recente pubblicazione sulla storia del cuoio, è stato proposto un pionieristico e divertente ar­ticolo sulla storia delle wineskins. La parola greca ἀσκός forse non ci è molto familiare: è il sacco di pelle (l’otre) a cui si fa riferimento nel Vangelo di Marco, quando si dice: “Vino nuovo in otri nuo­vi”. Forse che sia questa la soluzione per tornare all’età dell’oro? Non saprei, ma credo che più si indaghi la storia del vino, assaporandone la com­plicata eterogeneità, più si capisca che la diversità arricchisce e unifica, anziché dividere.
di Daniele Ognibene
Articolo tratto da Il Sommeliermagazine.it­
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